Cronache di un criminale  

Un racconto di Gabriele Truglio

Prefazione

Sono passati dieci anni, Gariel è continuamente braccato da cacciatori di taglie, sembra che tutto vada come al solito ma qualcosa si muove ad est, il suo nemico sta mandando interi eserciti a cercarlo, e a distruggere città e regni. Il ragazzo dopo esserne venuto  a conoscenza, decide di contrattaccare, per chiudere una volta per tutte un conto vecchio di miliardi di anni.

   

Era appena passato un altro giorno, e dalla fortezza di Audurn, Gariel guardava l’immensità delle terre conosciute. Le ombre dei secolari alberi si disegnavano sul muro della sua stanza mano a mano che il tempo passava, Gariel non ci faceva nemmeno più caso, guardava soltanto il paesaggio e rifletteva, non sapeva niente di quello che era, di quello che era stato in passato e di quello che doveva fare, ormai da quasi tremila anni vagava senza meta per le terre, cercando risposte alle innumerevoli domande che gli martellavano la testa, un chiodo fisso, da diventarci matto.

La notte era ormai giunta anche alle sommità estreme della fortezza di Audurn, la più grande opera che Gariel avesse mai visto, la cui imponenza lo affascinava e lo intimoriva al tempo stesso. Vi era arrivato per la prima volta dodici anni prima, da allora aveva deciso di dar via alle sue ricerche per trovare risposte alle sue domande, Audurn era la fortezza dei più grandi uomini di potere sulla terra, quando venne costruita si decise di porla su un’altura che sovrastasse ogni cosa, ma non dava abbastanza sensazione di potere, per questo fu elevata fino al limite massimo della terra, là dove nemmeno gli uccelli e i demoni alati osavano arrivare. In principio la fortezza doveva solo ospitare i maghi, i druidi e tutte le creature della terra che praticavano arti occulte, ma questo non fece altro che peggiorare i rapporti tra maghi e uomini comuni, che accusavano i praticanti delle arti magiche di abusare del loro potere per acquistarne sempre di più, così le porte furono aperte a tutti coloro che volevano vedere gli splendori di quel posto.La base della fortezza era una piccola isoletta da cui partiva una sottile lista di roccia che andava sempre più ad ingrandirsi col salire verso Audurn.

Arrivati in cima, con l’ausilio di draghi o averle o barche volanti se non si voleva far fatica, o scalando la roccia nuda a mano, come fece Gariel, si poteva vedere l’immensità di quel luogo, Il portone gigantesco, interamente fatto d’oro, mostrava sulla parte la storia del mondo fin che mente ricordasse, nella parte interna invece le gesta degli uomini che fecero grande Audurn. Oltre, una scalinata di marmo bianco, una di marmo rosa e una di marmo verde, portavano alle tre sale principali. Quella di marmo bianco dava accesso alle sale dei druidi, in quelle stanze regnava la calma e la sapienza, i druidi erano persone riservate che non amavano mescolarsi con la gente comune; la scalinata di marmo rosa portava alle sale delle altre creature che praticavano la magia, dove decine di culture differenti si mescolavano: gnomi, elfi, nani, uomini, e molte altre creature dimoravano in quella parte della fortezza. La scalinata rosa portava alle sale della gente comune, che svolgeva lavori più diversi, dalle cucine,  ai libri dell’immensa biblioteca. Gariel dimorava in quella parte della fortezza.

Ancora più in alto una porta delimitava il mondo normale dal cosi detto “Mondo Fiorente”, un piccolo trucco dei druidi, che avevano creato un piccolo globo collegandolo al mondo vero, il cui compito era di fornire provviste illimitate alla fortezza: lì era sempre estate, i campi erano continuamente coltivati, la terra non si impoveriva mai e da  quel mondo arrivava : legname, cibo, acqua fresca, carni di tutti i tipi, insomma, il necessario per sfamare l’intera Audurn. Gariel amava passare le giornate in quel piccolo mondo, lui odiava le stagioni fredde, e li c’era sempre caldo: aiutava i contadini, i pescatori e i raccoglitori a lavorare, non riusciva a stare fermo un solo secondo e quello che faceva lo distoglieva almeno  momentaneamente dai suoi pensieri. Sulla fortezza, altissime, dominavano, quattro bianche torri che si diramavano dalla torre maestra: erano le case degli elfi che scrutavano le terre in corrispondenza dei quattro punti cardinali per riferire ai druidi quello che succedeva sulle terre circostanti. La torre maestra si ergeva fino al limite del modo, là dove notte e giorno si confondevano.

Gariel si scostò dalla finestra e si guardò allo specchio, portava dei semplici pantaloni si cuoio neri tenuti su da una cintura di pelle, anch’essa nera. Il dorso nudo era coperto di cicatrici, il mantello nero che gli copriva le spalle era legato per due lembi a dei polsini neri, il cappuccio gli copriva il volto, tranne gli occhi, dei quali non si vedeva la pupilla, ma solo l’iride, di un azzurro chiaro, che rifletteva ogni singolo raggio di luce che li raggiungeva. Poteva vedere qualsiasi cosa, sia dove l’oscurità regnava che dove la luce era accecante. Tirò un sospiro di sollievo e poi uscì dalla stanza; mentre percorreva i corridoi, decorati con dipinti bellissimi, pensava a quello che lo aspettava. Gli era giunta voce che un indovino era in grado di far tornare la memoria a chiunque gli chiedesse di farlo. Era la sua occasione, poteva finalmente chiarire i suoi ricordi. Così pensando entrò nella sala principale della fortezza, si mise in vista, con un fischio assordante, fece tacere tutti, perché gli prestassero attenzione, e cominciò a parlare: “ Amici miei” la voce roca e profonda risuonò con grandi echi in tutta la sala:” Dodici anni fa sono arrivato qui, e voi mi avete accolto come un fratello. Sapendo chi ero avete accettato il mio passato e vi siete presi cura di me. Ora però devo abbandonarvi, ci sono delle cose che devo sbrigare nelle terre del sud e io non posso trattenermi più qui”. Subito un brusio di voci si sollevò dalla sala ma Gariel proseguì ”Non è un addio ma un arrivederci. Quando tornerò sarò cambiato, saprò molte cose che ora non so, lo faccio per essere sicuro della mia vita e di quello che dovrò fare in futuro, tutto qui.” Dopo una breve pausa riprese “ Siete stati i più grandi amici che qualsiasi persona possa desiderare, grazie di tutto”.

Ciò detto scese dal tavolo su cui era e se ne andò, tornò nella sua stanza, per prendere le sue cose. Quando sentì la porta chiudersi, capì subito chi era, con lei aveva passato i momenti più belli in quella fortezza. Aliandra, era una ragazza  stupenda, aveva i capelli neri, gli occhi verdi erano dolci e le labbra erano di un rosa delicato, portava un velo bianco che la copriva dal petto ai piedi, lasciandole scoperte le spalle, lisce e morbide come la seta. Ai piedi aveva sandali bianchi, un regalo di Gariel, al collo un artiglio di drago, anche quello anche quello regalatole dal ragazzo. Era difficile dopo averla vista, pensare che fosse stata una fuorilegge come il suo compagno. Entrambi arrivarono ad Audurn dodici anni prima, e subito era nata una grande intesa. Perciò si amavano molto, e la scelta di uno era sempre condivisa dall’altra, per cui anche questa volta Aliandra non biasimava la scelta dell’amato :” Vuoi chiedermi di portarti con me vero?” ” Tu fai quello che pensi sia giusto, per questo non ti fermo, ti sto chiedendo solo il motivo per il quale non vuoi portarmi con te” “Non voglio perché non so se ritornerò Aliandra, non voglio perché ti amo e non sopporterei l’idea di metterti in pericolo”,“quale pericolo, devi solo incontrare un indovino. Che pericolo c’è?”,” Devo affrontare le terre selvagge. Da quando i demoni sono tornati, quelle terre non sono sicure nemmeno per persone come te e me!, da solo o più possibilità” “quindi io sarei solo un peso per tè giusto?” “non intendo dire questo, sei debole in questo periodo, non ti sei ripresa abbastanza dalle ferite,non voglio che ti succeda qual’ cosa!”, Gariel si riferiva al grande scontro che lui e Aliandra avevano sostenuto mesi prima, per difendere Audurn da un gruppo di demoni antichi che si voleva impadronire della fortezza. Aliandra, cingendo le sue braccia attorno al petto di Gariel sussurrò :”Stai attento, non voglio perderti”. Poi lo baciò e lo spinse sul letto.

Gariel si svegliò e vide il bel volto di Aliandra appoggiato sulla sua spalla, non poteva fare a meno di notare la bellezza della sua compagna, leggermente le accarezzò la fronte e la baciò, poi disse a bassa voce;” Ora devo andare, tu aspettami.” Aliandra sorrise e lo guardò negli occhi, uno sguardo profondo che durò molti secondi, poi Gariel si alzò dal letto, si passò una mano sulla testa rasata e indossò il suo mantello. Nel frattempo lei sì era già riaddormentata. Chiuse piano la porta e scese le scale che lo portarono fino alla porta d’oro. Una fila lunghissima composta da tutte le creature che abitavano  ad Audurn lo attendeva fuori. Dopo aver salutato tutti, Gariel si sporse dal costone di roccia che segnava il limite della fortezza, vedeva nuvole e qualche macchia blu del mare, nient’altro. Lentamente due enormi ali bianche spuntarono dalla schiena di Gariel, il quale diede un piccolo battito e volò via; dopo pochi minuti Audurn già non si vedeva più. Ora sorvolava le terre selvagge e non sapeva nemmeno perché aveva quelle ali, forse un dono o un sortilegio. Certo non poteva averle dalla nascita perché gli angeli terreni si erano estinti da millenni, e lui era umano in tutto e per tutto. Era quasi terminato il primo giorno di viaggio, il tramonto dava al cielo un colore, stupendo. Da est, l’oscurità si propagava a vista d’occhio, mentre gli ultimi raggi di sole andavano mano a mano a diradarsi. Sotto di lui enormi mostri di terra, boschi viventi, che si alzavano e abbassavano al ritmo del loro respiro e molte altre creature del mondo magico, popolavano quelle regioni.  Se avesse affrontato quelle terre a piedi con Aliandra non sarebbe uscito di lì prima di un mese. Gariel scorse in lontananza un grande fiume che segnava il confine delle terre selvagge, planò lentamente per bere. Improvvisamente dal fondo apparvero, due macchie giallastre che andavano sempre più a ingrandirsi.  Gariel finì di bere, si allontanò dal fiume, ma un enorme fragore ruppe il silenzio che regnava in quel luogo. Davanti a lui si ergeva un’ immane creatura ricoperta da scaglie verdastre, Gariel lentamente si girò, sul suo volto nemmeno la più piccola sensazione di paura o timore trasparì. Gariel era solo contro una creatura enorme, decine di tentacoli viscidi si diramavano dalla schiena di quel mostro, gli occhi gialli con venature verdi, strabuzzavano dalla testa; dalla bocca, fuoriuscivano denti sottili e seghettati. Chiunque dinnanzi a una creatura del genere sarebbe subito fuggito, ma Gariel attese la mossa di quel mostro. Sapeva perfettamente che creature simili attaccavano solo per mangiare. Ad un tratto un tentacolo prese Gariel, il mostro stava per aprire la sua enorme bocca ma il ragazzo con una velocità impressionante estrasse il suo pugnale, recise il tentacolo e si liberò senza problemi.

I pugnali che ora aveva in mano erano molto particolari, non avevano manici, ma due buchi dietro la lama, per inserire il mignolo e l’anulare, erano di un metallo strano, nero, di una durezza tale da incidere perfino il diamante, frutto della maestria elfica. Gariel li aveva ricevuti in regalo da un generale elfo che aveva aiutato dieci anni prima in una delle tante guerre contro le creature dell’est. Con un salto Gariel scansò un altro tentacolo, evitando qualsiasi attacco della creatura con una naturalezza sconvolgente. Quando il mostro si placò, rimanendo fermo sul pelo dell’acqua Gariel guardò la creatura negli occhi poi si elevò fino alla testa del mostro e con un movimento unico, rinfoderò i pugnali, estrasse una katana, la librò contro il mostro e atterrò alle sue spalle. La creatura emise un gorgoglio ripugnante e ricadde in acqua. Mentre il fiume si colorava del  verde scuro di quel sangue, Gariel entrava nel regno nebbioso si Raliorn. Quelle regioni erano dominate da un uomo famoso per la sua forza in battaglia, Lorin. Gariel stava volando per raggiungerne il castello. Il sole era scomparso dietro l’orizzonte e l’oscurità aveva invaso le terre di Raliorn. Erano una landa desolata, di giorno si poteva vedere qualche albero morente tra la foschia, qualche laghetto,  paludi con arbusti ma di notte l’ oscurità dominava ogni luce con una pesante nebbia. Gariel volava da diverse ore quando in lontananza vide una sagoma che andava via via materializzandosi. Atterrò presso le porte del castello di Lorin, fra altissimi pennoni che sventolavano bandiere con l’effige del regno. Gariel vedeva tutto perfettamente, anche al buio, un dono di cui ignorava la ragione. Appoggiò le mani sul portone e aprì le immense porte, di  legno scuro e marcio tanto era vecchio. Il salone principale era pieno di bracieri di pece, alcuni spenti altri ardenti, un tavolaccio lungo  quanto la sala, aveva ancora sopra, gli avanzi della cena appena consumata, topi e insetti vi banchettavano incuranti del ragazzo. Tutto l’ambiente dava una sensazione di marcio e di degrado, colonne enormi si alzavano dal pavimento e sorreggevano il soffitto, ai bordi delle colonne pipistrelli e varie creature volanti osservavano con timore Gariel che avanzava per la stanza. Ogni tanto il ragazzo sentiva qualche piccola risata femminile. Erano alcune delle molte ragazze che abitavano in quel castello, pagate per intrattenere il signore di quel regno. Da una piccola porta in fondo alla stanza uscì un minuscolo essere grigio, era un maturin, uno gnomo esiliato dalle terre  gialle, le terre appunto degli gnomi, per aver commesso crimini efferati, la lontananza dalle sue terre gli aveva dato quella particolare colorazione grigiastra. Mentre si avvicinava a Gariel lo gnomo vide un topo che si lasciò sfuggire: con la sua lingua biforcuta lo invischiò e lo ingoiò in un solo boccone. Avvicinandosi lo gnomo rivelò parecchie cicatrici, e piccole aste di ferro conficcate in testa e in varie parti del corpo, emise un piccolo grugnito e poi parlò, con una voce roca e vagamente isterica:”Tu, io ti conosco, c’è una taglia sulla tua testa, una taglia di quaranta milioni di danari, tu sei il criminale che è inseguito da tutti i cacciatori di taglie” Gariel alzò la testa e guardò lo gnomo negl’occhi, :” Io sono venuto qui solo per parlare con il tuo padrone, non voglio ucciderti, voglio solo parlare con lui”. Lo gnomo, incurante delle parole di Gariel continuò:” Sai che fai gola a molti? Non dormirei sonni tranquilli se fossi in te” improvvisamente lo gnomo gridò, un urlo distorto, e isterico, si avventò su Gariel. Questo senza scomporsi afferrò lo gnomo per il collo e glielo torse con tale forza che il corpo della creatura, cadde a decine di metri di distanza, mentre la testa rotolava dalla parte opposta, Gariel attraversò la porta da cui lo gnomo era uscito, e la richiuse dietro di se lentamente.

 

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