Dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) la teoria della prospettiva si è evoluta in modo molto lento. Ironizzando sulle convenzioni spaziali dell'arte medioevale, l'autore di questa vignetta fa esclamare al re, mentre il pranzo sta precipitando a terra: "E' tutta colpa di come disegnano questi maledetti tavoli"

Nei secoli immediatamente successivi alla caduta dell’Impero romano d’occidente (476 d.C.) la rappresentazione dello spazio si orientò verso modalità fortemente antiprospettiche.

La veduta antiprospettica fu considerata necessaria per stabilire una sorta di naturalità visiva, nella quale tutte le figure, ugualmente collocate in un piano, potessero assumere lo stesso grado di importanza, rispetto ad una dimensione concettuale. La presenza del fondo oro, oltre che avere una valenza simbolica, rivestiva un preciso ruolo nel contribuire ad appiattire le immagini, negando così la suddivisione tra luce ed ombra.
In seguito la rappresentazione spaziale continua ad utilizzare procedimenti empirici di vaga impostazione assonometrica, che convivono con l’esigenza di rappresentare il personaggio più importante in dimensioni maggiori.
Accorgimenti pratici significativi per la resa pittorica compaiono nelle opere di molti artisti del tardo Medio Evo tra cui Duccio da Boninsegna (1255-1319), Ambrogio Lorenzetti e Giotto. Sono loro gli artefici della prospectiva communis, così definita nel Rinascimento, che precede l’introduzione di una precisa teoria matematica sulla materia.

Pre-prospettiva? Ingrandisci la rocca.

Giotto riuscì a far apparire abitabili scene architettoniche di ridotta ma controllata spazialità, puntando non all’unificazione spaziale dell’intera scena ma alla coerente organizzazione delle parti.
Il controllo e la padronanza dello spazio sono un’eccezione del Trecento, secolo in cui qualsiasi sperimentazione spaziale trova un limite simbolico nel fondo oro dei dipinti su tavola e nel fondo blu degli affreschi.
Pre-prospettiva? Ingrandisci la rocca.

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